I termini reali del nostro problema e una possibile via d’uscita

Postato il: 31 marzo, 2011 | Lascia un commento

Se ci limitiamo a una lettura superficiale dei fatti sembra che tutti i nostri problemi dipendano dall’Unione europea e da alcune sue regole. Tutti parlano dell’articolo 49 della “Versione consolidata del trattato sul funzionamento dell’Unione europea” (già articolo 43 del “Trattato che istituisce la Comunità europea” ) e dell’articolo 12 della “Direttiva servizi del mercato interno”, la famosa “Direttiva Bolkestein”. Queste regole esistono, è vero, ma non sono la causa reale dei nostri guai. L’UE è consapevole del fatto che non sia possibile generalizzare e prevede esplicitamente e dettagliatamente ipotesi di deroga, che è compito dei governi nazionali attivare. I veri responsabili della nostra emergenza sono  i governi italiani, quelli che hanno contribuito ad elaborare il Trattato e la Direttiva, quelli che li hanno approvati e infine quelli che li hanno recepiti nell’ordinamento interno senza fiatare. Buon ultimo, l’attuale Governo Berlusconi, diretto destinatario della prima come della seconda procedura d’infrazione, documenti che ha ricevuto dall’UE senza obiettare. I governi italiani non possono credibilmente sostenere di non conoscere il nostro settore e le leggi nazionali che regolano le autorizzazioni amministrative inerenti. Avrebbero dovuto valutare le incongruenze della normativa nazionale rispetto alla normativa europea – sistema giuridico di livello superiore, prevalente – e, se avessero voluto tutelarci, avrebbero dovuto pretendere che l’Europa ci inserisse tra le eccezioni, come è stato fatto per i servizi finanziari, per l’attività bancaria, il credito, l’assicurazione e la riassicurazione; i servizi di comunicazione elettronica; i servizi di trasporto, i trasporti urbani, i taxi, le ambulanze e i servizi portuali; i servizi di lavoro interinale; i servizi sanitari e i farmacisti; i servizi audiovisivi; i giochi d’azzardo, le lotterie e le scommesse; i servizi privati di sicurezza; i servizi forniti da notai e ufficiali giudiziari; le attività sportive amatoriali.

Inoltre gli articoli 49 TFUE e 12 della Direttiva si prestano a interpretazioni e danno luogo a valutazioni che rafforzano quanto abbiamo detto. Noi, e non solo noi, pensiamo che queste norme non possano e non debbano essere applicate alle aziende italiane, ma se non si conosce il contenuto di questi articoli ci si rassegna e si finisce per concludere che i giudici, i sindacati e perfino gli avvocati di parte abbiano ragione quando dicono che non c’è più niente da fare. Allora sarà che siamo noi a non avere capito? Vediamo se è vero.

Il Trattato, articolo 49, che prima dell’ultima revisione si chiamava 43 e quindi crea un ulteriore elemento di perplessità (ma di cosa stiamo parlando, del 43 o del 49? solo andando a fondo si scopre che sono la stessa cosa) riguarda il cosiddetto “Diritto di stabilimento”. Prescrive testualmente:

“Nel quadro delle disposizioni che seguono, le restrizioni alla libertà di stabilimento dei cittadini di uno Stato membro nel territorio di un altro Stato vengono vietate. Tale divieto si estende altresì alle restrizioni relative all’apertura di agenzie, succursali o filiali, da parte dei cittadini di uno Stato membro stabiliti sul territorio di un altro Stato membro.

La libertà di stabilimento importa l’accesso alle attività autonome e al loro esercizio, nonché la costituzione e la gestione di imprese e in particolare di società ai sensi dell’articolo 54, secondo comma (del Trattato, ndr), alle condizioni definite dalla legislazione del paese di stabilimento nei confronti dei propri cittadini, fatte salve le disposizioni del capo relativo ai capitali.”

La Direttiva, articolo 12, “Selezione tra diversi candidati”, prescrive:

“1.    Qualora il numero di autorizzazioni disponibili per una determinata attività sia limitato per via della scarsità delle risorse naturali o delle capacità tecniche utilizzabili, gli Stati membri applicano una procedura di selezione tra i candidati potenziali, che presenti garanzie di imparzialità e di trasparenza e preveda, in particolare, una adeguata pubblicità dell’avvio della procedura e del suo svolgimento e completamento.

2.     Nei casi di cui al paragrafo 1 l’autorizzazione è rilasciata per una durata limitata adeguata e non può prevedere la procedura di rinnovo automatico né accordare altri vantaggi al prestatore uscente o a persone che con tale prestatore abbiano particolari legami.

3.     Fatti salvi il paragrafo 1 e gli articoli 9 e 10, gli Stati membri possono tener conto, nello stabilire le regole della procedura di selezione, di considerazioni di salute pubblica, di obiettivi di politica sociale, della salute e della sicurezza dei lavoratori dipendenti ed autonomi, della protezione dell’ambiente, della salvaguardia del patrimonio culturale e di altri motivi imperativi d’interesse generale conformi al diritto comunitario.”

Abbiamo detto che questi due articoli (49 TFUE e 12 Bolkestein) non ci riguardano. Vi invitiamo a farvi un’opinione rileggendoli attentamente e leggendo le relazioni che abbiamo prodotto e consegnato a personalità della politica, raggruppate sotto il titolo: COME IL NOSTRO GRUPPO HA LAVORATO FINO AL 31 MARZO 2011. Sulle norme contenute in questi due articoli  si basano le due distinte procedure di infrazione che sono state indirizzate allo Stato italiano dalla Commissione europea. Cosa avrebbe potuto e dovuto fare il Governo per respingere al mittente la prima procedura di infrazione ed evitare la seconda? Avrebbe potuto difendere il nostro settore, esponendo le considerazioni del caso circa l’inerenza delle norme in questione rispetto alla situazione italiana, tenuto conto della normativa europea, la quale, all’articolo 9, paragrafo 1, della Direttiva servizi, precisa che i regimi nazionali di autorizzazione possono essere mantenuti in essere: a.- se non sono discriminatori; b.- se sono giustificati da un motivo imperativo di interesse generale; c.- se tale obiettivo di interesse generale non può essere conseguito attraverso una misura meno restrittiva, ossia se il procedimento amministrativo è proporzionato al risultato. Tutto perfettamente sostenibile, in quanto:

a.a.- in Italia le leggi non discriminano l’imprenditore straniero, meno che mai all’imprenditore comunitario: sono applicate loro le stesse regole che valgono per gli imprenditori nazionali;

b.b.- la supposta contraddittorietà tra leggi italiane e leggi europee, primo elemento che avrebbe dovuto essere contestato, è giustificata dai motivi di interesse generale che hanno indotto lo Stato italiano: 1°.- a concederci gli arenili su nostra autonoma e innovativa richiesta, per gestire stabilimenti balneari (prima le spiagge si utilizzavano per tutt’altro); 2°.- a mantenerli nella nostra disponibilità per un periodo lunghissimo, durante il quale la Pubblica amministrazione ha potuto fare tutte le verifiche del caso; 3°.- a modificare nel tempo la legislazione in senso a noi favorevole, per metterci in grado di superare le condizioni di precarietà in cui lavoravamo e di programmare nel medio-lungo termine, rendendo più efficienti i servizi di interesse generale che svolgiamo. E quali sono questi servizi di interesse generale? la gestione di aziende balneari, che il mercato richiede e che lo Stato e gli enti locali non sono in grado di gestire; la sorveglianza alla balneazione e il salvataggio; il monitoraggio, la manutenzione e la pulizia degli arenili, la vera e propria difesa della costa dagli elementi speculativi (palazzinari e promotori di porti), che dove si sono insediati hanno fatto danni gravissimi e altri pretendono di fare per difendere dall’azione del mare gli scempi già realizzati. Il frazionamento in piccole aziende familiari costituisce un ulteriore elemento di preferenza: noi siamo soggetti stabilmente inseriti sul territorio, legati alle spiagge e alle aziende da vere e proprie scelte di vita; gente sana, affidabile, conosciuta, sicura, niente a che vedere con soggetti che hanno il denaro facile, come una multinazionale di passaggio o una famiglia malavitosa. Attenzione, perché il nostro non è un discorso di parte: pensate davvero che saremmo ancora sulle spiagge dopo oltre cent’anni se non fosse vero quello che sosteniamo? Riflettete su questi fatti:  il servizio balneare è in realtà un servizio pubblico, in qualche modo assimilabile alla scuola e alla sanità;  la sorveglianza alla balneazione,  il salvataggio, il primo soccorso sono indiscutibilmente servizi pubblici, che ci avvicinano alle motivazioni che hanno portato alla difesa a oltranza di farmacisti e notai;  siamo un volano economico formidabile;  il monitoraggio e la manutenzione che dedichiamo alla costa sono una funzione primaria di pubblica utilità, che solo chi ha sulla spiaggia un interesse diretto e immediato può fare e lo fa assai meglio dei politici locali e dei funzionari pubblici che spesso, in barba al buon senso e alle leggi, sembrano amare le colate di cemento più degli stessi promotori di queste opere. È irresistibile la capacità di persuasione che emana dal cemento, dopo un po’ che ti chiedono di autorizzare non riesci più a dirgli di no! Noi invece siamo sempre lì per dire no quando occorre, anche se è impopolare e quando non siamo stati ascoltati la comunità ne ha pagato il prezzo. Quanto potrebbero costare alla collettività questi servizi se non fossero gestiti da noi? Sarebbero iniziative insostenibili;

c.c.- c’è proporzione tra il regime autorizzativo finora attuato e il servizio reso dai soggetti beneficiari di queste autorizzazioni, mentre gli obiettivi di interesse generale che si conseguono non potrebbero essere ottenuti attraverso una misura meno restrittiva.

Richiamiamo infine, in due parole, un altro concetto che abbiamo svolto ampiamente sui documenti che abbiamo prodotto a soggetti politici: l’articolo 12 della Direttiva non è applicabile all’Italia perché, attualmente solo il 20% circa delle coste disponibili è occupato da stabilimenti balneari; non esistono quindi le condizioni di “scarsità delle risorse naturali” previste dall’articolo 12, comma 1. È quindi possibile procedere senza problemi al rinnovo automatico delle concessioni in scadenza e non solo: è possibile e lecito chiedere concessioni con durata illimitata perché, come dice il Manuale per l’attuazione della direttiva servizi :

“Un’autorizzazione limitata nel tempo ostacola l’esercizio delle attività di servizi, in quanto può impedire al prestatore di servizi di sviluppare una strategia di lungo termine, anche in relazione agli investimenti, e introduce, in generale, un elemento di incertezza per le imprese. Una volta che il prestatore di servizi abbia dimostrato di soddisfare i requisiti relativi alla prestazione di servizi, normalmente non vi è alcuna necessità di limitare la durata delle autorizzazioni. Sulla scorta di tali considerazioni, l’articolo 11 (della Direttiva, n.d.r.) dispone che l’autorizzazione debba essere rilasciata, di regola, per una durata illimitata.”

Concordiamo  con  Laila Di Carlo – orgogliosamente concessionaria del Mercato unico europeo e avvocato – che ci ha infiammato da Youtube , con il suo appassionato intervento 1° marzo 2011, nell’ambito del convegno SIB di Pescara.

Il Governo italiano potrebbe portare avanti queste stesse motivazioni nell’ambito della seconda procedura di infrazione (che è ancora aperta) o in un qualsiasi momento successivo alla chiusura di quel procedimento, rispetto a una nuova normativa italiana di settore, sostanzialmente identica alla precedente, dal momento che le regole generali della buona amministrazione, e la stessa U.E., lo consentono. L’articolo 51 del TFUE (già articolo 45 TCE), comma 2, in particolare, prevede: “Il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria, possono escludere talune attività dall’applicazione delle disposizioni del presente capo”. E, nella normativa europea, non mancano neppure  specifici termini temporali  per scandire nel tempo il necessario processo di revisione: l’articolo 41 della Direttiva (Clausola di revisione), prescrive che entro il 28 dicembre di quest’anno, e successivamente ogni tre anni, la Commissione europea debba presentare al Parlamento europeo e al Consiglio una relazione completa sull’applicazione della Direttiva, nella quale tra l’altro devono essere evidenziate le ulteriori misure ritenute necessarie per le materie escluse dal campo di applicazione della direttiva stessa. Gli stabilimenti balneari in concessione sono tra le materie comprese ( e non escluse) nel campo di applicazione della Direttiva, ma il concetto di “revisione”, ovviamente, non può essere utilizzato a senso unico. Anche la normativa italiana prevede concetti analoghi. Il decreto legislativo 26.03.2010, n. 59 (Attuazione delle direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi del mercato interno), articolo 2 (Esclusioni), comma 3, prevede: “Il Ministro per le politiche europee ed i Ministri interessati dalle disposizioni del presente decreto possono adottare uno o più decreti interministeriali ricognitivi delle attività di servizi che, in applicazione delle disposizioni del presente decreto, sono comunque escluse dall’ambito di applicazione dello stesso”. Insomma le modalità attraverso le quali  traghettarci in acque sicure sono molte e non solo quelle sopra esaminate. Se il Governo non intende adottarle un motivo ci sarà, anzi c’è, ma non è certo quello di difendere i concessionari demaniali marittimi di stabilimenti balneari.

Altrettanto grave, bisogna riconoscerlo, è la responsabilità che compete ai sindacati di categoria, cioè indirettamente a noi, singoli imprenditori balneari che li esprimiamo, che abbiamo trovato comodo demandare e che abbiamo lasciato fare, almeno fino a un certo punto. Ci spiace dirlo, perché ci siamo dentro tutti, ma la colpa prima di questo stato di cose è nostra. I comparti economici più attenti, più informati, sono stati esclusi dal problema fin dall’inizio. E meno male, comunque,  che ci siamo svegliati in tempo e che i sindacati, o per lo meno il SIB, hanno cominciato a capire che la loro base non accetterebbe di passare periodicamente sotto le forche caudine della gara. Significherebbe deprezzare il valore degli stabilimenti fino a livelli inaccettabili; vivere con l’ansia addosso; smettere di investire e lasciar morire le nostre aziende  poco a poco. Lo hanno capito perfino i nostri fornitori, che si sono riuniti in associazione e ci sostengono. Albergatori e  proprietari di case, invece, per il momento stanno a guardare, non hanno ancora realizzato il caos che potrebbe capitare dall’estate 2016 se la situazione non si chiarirà e si illudono che la clientela consideri Spagna, Grecia, Jugoslavia come destinazioni poco gradite e lontane.

Questo, a nostro parere, è lo stato dei fatti.

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