12 aprile 2011 – Tavolo di lavoro Governo, Regioni, Sindacati

Postato il: 13 aprile, 2011 | Lascia un commento

Ieri, 12 aprile, si è tenuto a Roma l’incontro tra Governo (on. le Fitto), Regioni e Associazioni di categoria (SIB, FIBA, Assobalneari, CNA, OASI), incontro atteso e anche  temuto. Invece è andato tutto per il verso giusto. I sindacati, finalmente, hanno chiesto  che il nostro settore sia escluso dall’applicazione della direttiva Bolkestein e il ministro Fitto ha accolto la richiesta e  sospeso i lavori per rimettere la decisione al Governo. La situazione è ancora lontana dall’essere definita, ma deve essere valutata positivamente, perché è stata imboccata  la strada giusta.

Documentiamo queste sintetiche osservazioni con la nota SIB 12 aprile 2011 e con i riferimenti stampa che ci è stato possibile acquisire:

SIB  nota 12.04.2011
it.notizie.yahoo.com
www.libero-news.it (1)
www.libero-news.it (2)
www.cityrumors.it
www.iltempo.it
www.quotidianodabruzzo.it
www.regione.vda.it

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Lettera aperta 8 aprile 2011 a Borgo e Lardinelli

Postato il: 8 aprile, 2011 | Lascia un commento

A Riccardo BORGO
Presidente nazionale
SIB CONFCOMMERCIO
presidente@sindacatobalneari.it

A Vincenzo LARDINELLI
Presidente nazionale
FIBA CONFESERCENTI
fiba@confesercenti.it

 

Varazze, 8 aprile 2011

INCONTRO DEL 12 APRILE 2011 CON IL MINISTRO FITTO

Al rientro dal presidio del 5 aprile a Roma, apprendiamo che martedì prossimo, 12 aprile, i sindacati di categoria incontreranno il ministro Fitto.  A Roma la base compatta di SIB e FIBA e persino quella dei sindacati minori presenti ha gridato NO ALLE ASTE, NO ALLE GARE AD EVIDENZA PUBBLICA, SI ALLA DEROGA, messaggi chiarissimi che non ammettono replica. Voi ci rappresentate, sta a voi trasmettere questo messaggio al ministro con la necessaria determinazione.

Vi ricordiamo che:

1.- Il MANUALE PER L’ATTUAZIONE DELLA DIRETTIVA SERVIZI; 6 (Libertà di stabilimento);

6.1 (Regimi e procedure di autorizzazione); 6.1.1 (Individuazione e valutazione dei regimi di autorizzazione), richiamando l’articolo 9, 1 della Direttiva servizi e la giurisprudenza della CGCE, precisa che “i regimi di autorizzazione possono essere mantenuti solo se non sono discriminatori, se sono giustificati da un motivo di interesse generale e se sono proporzionati” (ossia se c’è proporzione tra il regime autorizzativo finora attuato e il servizio reso dai soggetti beneficiari delle autorizzazioni, mentre gli obiettivi di interesse generale che si conseguono non potrebbero essere ottenuti attraverso una misura meno restrittiva – n.d.r.), tutti requisiti perfettamente dimostrabili per il regime di autorizzazione che ci riguarda e che può essere sintetizzato nel meccanismo, ancora in essere, del rinnovo automatico alla scadenza;

2.- l’articolo 12 della Direttiva servizi non è applicabile all’Italia perché, attualmente, solo il 20% circa delle coste disponibili è occupato da stabilimenti balneari; non esistono quindi le condizioni di “scarsità delle risorse naturali” previste dall’articolo 12, comma 1, ed è quindi possibile procedere senza problemi al rinnovo automatico delle concessioni in scadenza;

3.- addirittura è possibile e lecito chiedere concessioni con durata illimitata perché, come dice testualmente il Manuale citato: “Un’autorizzazione limitata nel tempo ostacola l’esercizio delle attività di servizi, in quanto può impedire al prestatore di servizi di sviluppare una strategia di lungo termine, anche in relazione agli investimenti, e introduce, in generale, un elemento di incertezza per le imprese. Una volta che il prestatore di servizi abbia dimostrato di soddisfare i requisiti relativi alla prestazione di servizi, normalmente non vi è alcuna necessità di limitare la durata delle autorizzazioni. Sulla scorta di tali considerazioni, l’articolo 11 (della Direttiva, n.d.r.) dispone che l’autorizzazione debba essere rilasciata, di regola, per una durata illimitata.”

Tutto questo, ovviamente, purché il governo decida finalmente di fare il suo lavoro, tenendo presente che la scadenza del 28 dicembre 2011, fissata dall’articolo 41 della Direttiva servizi (Clausola di revisione), è sempre più vicina. Non sarà una trattativa facile, lo sappiamo perfettamente, e siamo con voi purché rispettiate le convinzioni e le legittime richieste della base.

Una cordiale stretta di mano.

COMITATO BALNEARI LIGURIA

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I termini reali del nostro problema e una possibile via d’uscita

Postato il: 31 marzo, 2011 | Lascia un commento

Se ci limitiamo a una lettura superficiale dei fatti sembra che tutti i nostri problemi dipendano dall’Unione europea e da alcune sue regole. Tutti parlano dell’articolo 49 della “Versione consolidata del trattato sul funzionamento dell’Unione europea” (già articolo 43 del “Trattato che istituisce la Comunità europea” ) e dell’articolo 12 della “Direttiva servizi del mercato interno”, la famosa “Direttiva Bolkestein”. Queste regole esistono, è vero, ma non sono la causa reale dei nostri guai. L’UE è consapevole del fatto che non sia possibile generalizzare e prevede esplicitamente e dettagliatamente ipotesi di deroga, che è compito dei governi nazionali attivare. I veri responsabili della nostra emergenza sono  i governi italiani, quelli che hanno contribuito ad elaborare il Trattato e la Direttiva, quelli che li hanno approvati e infine quelli che li hanno recepiti nell’ordinamento interno senza fiatare. Buon ultimo, l’attuale Governo Berlusconi, diretto destinatario della prima come della seconda procedura d’infrazione, documenti che ha ricevuto dall’UE senza obiettare. I governi italiani non possono credibilmente sostenere di non conoscere il nostro settore e le leggi nazionali che regolano le autorizzazioni amministrative inerenti. Avrebbero dovuto valutare le incongruenze della normativa nazionale rispetto alla normativa europea – sistema giuridico di livello superiore, prevalente – e, se avessero voluto tutelarci, avrebbero dovuto pretendere che l’Europa ci inserisse tra le eccezioni, come è stato fatto per i servizi finanziari, per l’attività bancaria, il credito, l’assicurazione e la riassicurazione; i servizi di comunicazione elettronica; i servizi di trasporto, i trasporti urbani, i taxi, le ambulanze e i servizi portuali; i servizi di lavoro interinale; i servizi sanitari e i farmacisti; i servizi audiovisivi; i giochi d’azzardo, le lotterie e le scommesse; i servizi privati di sicurezza; i servizi forniti da notai e ufficiali giudiziari; le attività sportive amatoriali.

Inoltre gli articoli 49 TFUE e 12 della Direttiva si prestano a interpretazioni e danno luogo a valutazioni che rafforzano quanto abbiamo detto. Noi, e non solo noi, pensiamo che queste norme non possano e non debbano essere applicate alle aziende italiane, ma se non si conosce il contenuto di questi articoli ci si rassegna e si finisce per concludere che i giudici, i sindacati e perfino gli avvocati di parte abbiano ragione quando dicono che non c’è più niente da fare. Allora sarà che siamo noi a non avere capito? Vediamo se è vero.

Il Trattato, articolo 49, che prima dell’ultima revisione si chiamava 43 e quindi crea un ulteriore elemento di perplessità (ma di cosa stiamo parlando, del 43 o del 49? solo andando a fondo si scopre che sono la stessa cosa) riguarda il cosiddetto “Diritto di stabilimento”. Prescrive testualmente:

“Nel quadro delle disposizioni che seguono, le restrizioni alla libertà di stabilimento dei cittadini di uno Stato membro nel territorio di un altro Stato vengono vietate. Tale divieto si estende altresì alle restrizioni relative all’apertura di agenzie, succursali o filiali, da parte dei cittadini di uno Stato membro stabiliti sul territorio di un altro Stato membro.

La libertà di stabilimento importa l’accesso alle attività autonome e al loro esercizio, nonché la costituzione e la gestione di imprese e in particolare di società ai sensi dell’articolo 54, secondo comma (del Trattato, ndr), alle condizioni definite dalla legislazione del paese di stabilimento nei confronti dei propri cittadini, fatte salve le disposizioni del capo relativo ai capitali.”

La Direttiva, articolo 12, “Selezione tra diversi candidati”, prescrive:

“1.    Qualora il numero di autorizzazioni disponibili per una determinata attività sia limitato per via della scarsità delle risorse naturali o delle capacità tecniche utilizzabili, gli Stati membri applicano una procedura di selezione tra i candidati potenziali, che presenti garanzie di imparzialità e di trasparenza e preveda, in particolare, una adeguata pubblicità dell’avvio della procedura e del suo svolgimento e completamento.

2.     Nei casi di cui al paragrafo 1 l’autorizzazione è rilasciata per una durata limitata adeguata e non può prevedere la procedura di rinnovo automatico né accordare altri vantaggi al prestatore uscente o a persone che con tale prestatore abbiano particolari legami.

3.     Fatti salvi il paragrafo 1 e gli articoli 9 e 10, gli Stati membri possono tener conto, nello stabilire le regole della procedura di selezione, di considerazioni di salute pubblica, di obiettivi di politica sociale, della salute e della sicurezza dei lavoratori dipendenti ed autonomi, della protezione dell’ambiente, della salvaguardia del patrimonio culturale e di altri motivi imperativi d’interesse generale conformi al diritto comunitario.”

Abbiamo detto che questi due articoli (49 TFUE e 12 Bolkestein) non ci riguardano. Vi invitiamo a farvi un’opinione rileggendoli attentamente e leggendo le relazioni che abbiamo prodotto e consegnato a personalità della politica, raggruppate sotto il titolo: COME IL NOSTRO GRUPPO HA LAVORATO FINO AL 31 MARZO 2011. Sulle norme contenute in questi due articoli  si basano le due distinte procedure di infrazione che sono state indirizzate allo Stato italiano dalla Commissione europea. Cosa avrebbe potuto e dovuto fare il Governo per respingere al mittente la prima procedura di infrazione ed evitare la seconda? Avrebbe potuto difendere il nostro settore, esponendo le considerazioni del caso circa l’inerenza delle norme in questione rispetto alla situazione italiana, tenuto conto della normativa europea, la quale, all’articolo 9, paragrafo 1, della Direttiva servizi, precisa che i regimi nazionali di autorizzazione possono essere mantenuti in essere: a.- se non sono discriminatori; b.- se sono giustificati da un motivo imperativo di interesse generale; c.- se tale obiettivo di interesse generale non può essere conseguito attraverso una misura meno restrittiva, ossia se il procedimento amministrativo è proporzionato al risultato. Tutto perfettamente sostenibile, in quanto:

a.a.- in Italia le leggi non discriminano l’imprenditore straniero, meno che mai all’imprenditore comunitario: sono applicate loro le stesse regole che valgono per gli imprenditori nazionali;

b.b.- la supposta contraddittorietà tra leggi italiane e leggi europee, primo elemento che avrebbe dovuto essere contestato, è giustificata dai motivi di interesse generale che hanno indotto lo Stato italiano: 1°.- a concederci gli arenili su nostra autonoma e innovativa richiesta, per gestire stabilimenti balneari (prima le spiagge si utilizzavano per tutt’altro); 2°.- a mantenerli nella nostra disponibilità per un periodo lunghissimo, durante il quale la Pubblica amministrazione ha potuto fare tutte le verifiche del caso; 3°.- a modificare nel tempo la legislazione in senso a noi favorevole, per metterci in grado di superare le condizioni di precarietà in cui lavoravamo e di programmare nel medio-lungo termine, rendendo più efficienti i servizi di interesse generale che svolgiamo. E quali sono questi servizi di interesse generale? la gestione di aziende balneari, che il mercato richiede e che lo Stato e gli enti locali non sono in grado di gestire; la sorveglianza alla balneazione e il salvataggio; il monitoraggio, la manutenzione e la pulizia degli arenili, la vera e propria difesa della costa dagli elementi speculativi (palazzinari e promotori di porti), che dove si sono insediati hanno fatto danni gravissimi e altri pretendono di fare per difendere dall’azione del mare gli scempi già realizzati. Il frazionamento in piccole aziende familiari costituisce un ulteriore elemento di preferenza: noi siamo soggetti stabilmente inseriti sul territorio, legati alle spiagge e alle aziende da vere e proprie scelte di vita; gente sana, affidabile, conosciuta, sicura, niente a che vedere con soggetti che hanno il denaro facile, come una multinazionale di passaggio o una famiglia malavitosa. Attenzione, perché il nostro non è un discorso di parte: pensate davvero che saremmo ancora sulle spiagge dopo oltre cent’anni se non fosse vero quello che sosteniamo? Riflettete su questi fatti:  il servizio balneare è in realtà un servizio pubblico, in qualche modo assimilabile alla scuola e alla sanità;  la sorveglianza alla balneazione,  il salvataggio, il primo soccorso sono indiscutibilmente servizi pubblici, che ci avvicinano alle motivazioni che hanno portato alla difesa a oltranza di farmacisti e notai;  siamo un volano economico formidabile;  il monitoraggio e la manutenzione che dedichiamo alla costa sono una funzione primaria di pubblica utilità, che solo chi ha sulla spiaggia un interesse diretto e immediato può fare e lo fa assai meglio dei politici locali e dei funzionari pubblici che spesso, in barba al buon senso e alle leggi, sembrano amare le colate di cemento più degli stessi promotori di queste opere. È irresistibile la capacità di persuasione che emana dal cemento, dopo un po’ che ti chiedono di autorizzare non riesci più a dirgli di no! Noi invece siamo sempre lì per dire no quando occorre, anche se è impopolare e quando non siamo stati ascoltati la comunità ne ha pagato il prezzo. Quanto potrebbero costare alla collettività questi servizi se non fossero gestiti da noi? Sarebbero iniziative insostenibili;

c.c.- c’è proporzione tra il regime autorizzativo finora attuato e il servizio reso dai soggetti beneficiari di queste autorizzazioni, mentre gli obiettivi di interesse generale che si conseguono non potrebbero essere ottenuti attraverso una misura meno restrittiva.

Richiamiamo infine, in due parole, un altro concetto che abbiamo svolto ampiamente sui documenti che abbiamo prodotto a soggetti politici: l’articolo 12 della Direttiva non è applicabile all’Italia perché, attualmente solo il 20% circa delle coste disponibili è occupato da stabilimenti balneari; non esistono quindi le condizioni di “scarsità delle risorse naturali” previste dall’articolo 12, comma 1. È quindi possibile procedere senza problemi al rinnovo automatico delle concessioni in scadenza e non solo: è possibile e lecito chiedere concessioni con durata illimitata perché, come dice il Manuale per l’attuazione della direttiva servizi :

“Un’autorizzazione limitata nel tempo ostacola l’esercizio delle attività di servizi, in quanto può impedire al prestatore di servizi di sviluppare una strategia di lungo termine, anche in relazione agli investimenti, e introduce, in generale, un elemento di incertezza per le imprese. Una volta che il prestatore di servizi abbia dimostrato di soddisfare i requisiti relativi alla prestazione di servizi, normalmente non vi è alcuna necessità di limitare la durata delle autorizzazioni. Sulla scorta di tali considerazioni, l’articolo 11 (della Direttiva, n.d.r.) dispone che l’autorizzazione debba essere rilasciata, di regola, per una durata illimitata.”

Concordiamo  con  Laila Di Carlo – orgogliosamente concessionaria del Mercato unico europeo e avvocato – che ci ha infiammato da Youtube , con il suo appassionato intervento 1° marzo 2011, nell’ambito del convegno SIB di Pescara.

Il Governo italiano potrebbe portare avanti queste stesse motivazioni nell’ambito della seconda procedura di infrazione (che è ancora aperta) o in un qualsiasi momento successivo alla chiusura di quel procedimento, rispetto a una nuova normativa italiana di settore, sostanzialmente identica alla precedente, dal momento che le regole generali della buona amministrazione, e la stessa U.E., lo consentono. L’articolo 51 del TFUE (già articolo 45 TCE), comma 2, in particolare, prevede: “Il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria, possono escludere talune attività dall’applicazione delle disposizioni del presente capo”. E, nella normativa europea, non mancano neppure  specifici termini temporali  per scandire nel tempo il necessario processo di revisione: l’articolo 41 della Direttiva (Clausola di revisione), prescrive che entro il 28 dicembre di quest’anno, e successivamente ogni tre anni, la Commissione europea debba presentare al Parlamento europeo e al Consiglio una relazione completa sull’applicazione della Direttiva, nella quale tra l’altro devono essere evidenziate le ulteriori misure ritenute necessarie per le materie escluse dal campo di applicazione della direttiva stessa. Gli stabilimenti balneari in concessione sono tra le materie comprese ( e non escluse) nel campo di applicazione della Direttiva, ma il concetto di “revisione”, ovviamente, non può essere utilizzato a senso unico. Anche la normativa italiana prevede concetti analoghi. Il decreto legislativo 26.03.2010, n. 59 (Attuazione delle direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi del mercato interno), articolo 2 (Esclusioni), comma 3, prevede: “Il Ministro per le politiche europee ed i Ministri interessati dalle disposizioni del presente decreto possono adottare uno o più decreti interministeriali ricognitivi delle attività di servizi che, in applicazione delle disposizioni del presente decreto, sono comunque escluse dall’ambito di applicazione dello stesso”. Insomma le modalità attraverso le quali  traghettarci in acque sicure sono molte e non solo quelle sopra esaminate. Se il Governo non intende adottarle un motivo ci sarà, anzi c’è, ma non è certo quello di difendere i concessionari demaniali marittimi di stabilimenti balneari.

Altrettanto grave, bisogna riconoscerlo, è la responsabilità che compete ai sindacati di categoria, cioè indirettamente a noi, singoli imprenditori balneari che li esprimiamo, che abbiamo trovato comodo demandare e che abbiamo lasciato fare, almeno fino a un certo punto. Ci spiace dirlo, perché ci siamo dentro tutti, ma la colpa prima di questo stato di cose è nostra. I comparti economici più attenti, più informati, sono stati esclusi dal problema fin dall’inizio. E meno male, comunque,  che ci siamo svegliati in tempo e che i sindacati, o per lo meno il SIB, hanno cominciato a capire che la loro base non accetterebbe di passare periodicamente sotto le forche caudine della gara. Significherebbe deprezzare il valore degli stabilimenti fino a livelli inaccettabili; vivere con l’ansia addosso; smettere di investire e lasciar morire le nostre aziende  poco a poco. Lo hanno capito perfino i nostri fornitori, che si sono riuniti in associazione e ci sostengono. Albergatori e  proprietari di case, invece, per il momento stanno a guardare, non hanno ancora realizzato il caos che potrebbe capitare dall’estate 2016 se la situazione non si chiarirà e si illudono che la clientela consideri Spagna, Grecia, Jugoslavia come destinazioni poco gradite e lontane.

Questo, a nostro parere, è lo stato dei fatti.

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Rapporti con la politica

Postato il: 31 marzo, 2011 | Lascia un commento

Un problema come il nostro non può sfuggire all’attenzione della politica. Troppe sono le persone, le famiglie, le regioni direttamente o indirettamente coinvolte. Si tratta di una questione di carattere nazionale. Troppi sono i voti in ballo. Tuttavia per molto, troppo tempo la politica, lontana da scadenze elettorali e in tutt’altre faccende affaccendata, si è negata al contatto con i balneari. Non abbiamo praticamente mai sentito il ministro per il Turismo, Michela Vittoria Brambilla, come se il turismo non fosse pesantemente coinvolto dalla nostra emergenza e nelle sue conseguenze vicine e lontane. Ma non si sono sentiti neppure: il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti; il ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti Altero Matteoli; il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani; il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi. Evidentemente questi signori ritengono che mettere sul lastrico qualche centinaia di migliaia di famiglie, rapinandole dei loro diritti, sprovviste come sono di ammortizzatori sociali, sia questione di poco conto. Non abbiamo neppure capito come sia stato possibile cancellare i legittimi diritti di un’intera categoria creando un autentico caos legislativo (diritto d’insistenza NO, ma rinnovo automatico 6 + 6   SI, anche se le concessioni scadono al 31.12.2015) senza sentire la necessità di mandare Angelino Alfano, ministro della Giustizia, in un qualsiasi talk show a spiegare perché ci si ostina a ripetere che questo è uno Stato di diritto, membro di un’Unione di Stati di diritto. Né mai abbiamo visto prendere posizione nei confronti della Comunità europea da parte di Andrea Ronchi, ministro delle Politiche europee fino al 17 novembre 2010 e dopo di lui da parte di Silvio Berlusconi, che da quella data regge il ministero in prima persona. In compenso abbiamo sentito spesso parlare Raffaele Fitto,  ministro dei rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale, delegato a trattare con le associazioni di categoria, intenzionato, sembra di capire, a portarci al rinnovo delle concessioni adottando il procedimento dell’evidenza pubblica. La tesi ufficiale è che se così  vuole l’Europa, cosa può farci un ministro della Repubblica, se non adeguarsi? Ma come la mettiamo con le possibili deroghe previste dall’Unione? E  con la scadenza del 28 dicembre 2011, della quale parliamo nella nota “I termini reali del nostro problema e una ipotesi su come sarebbe possibile uscirne”,  sesto capoverso?

Non tutti i soggetti politici, fortunatamente, hanno seguito questa strada: primo fra tutti il PD che, poco dopo il convegno del 18 novembre 2009 a Roma, ha proposto al Governo di riconoscere la specificità del turismo balneare italiano, e altro ancora, argomenti che potete leggere direttamente sul documento PD 20 dicembre 2009. I senatori Manuela Granaiola (PD) e Massimo Baldini (PDL), entrambi toscani, si sono prodigati fin dal 2009 per risolvere il nostro problema. E’ grazie al loro interessamento che il  Senato intrapreso l’indagine conoscitiva sulle concessioni demaniali marittime ad uso turistico-ricreativo (Commissioni riunite:  8° – Lavori Pubblici e 10° – Industria, commercio e turismo) che ha iniziato i lavori il 3 febbraio 2011 con l’audizione del ministro Fitto. Anche l’on. le Sonia Viale di Sanremo, sottosegretario di Stato all’economia e alle finanze, è informata della nostra questione e se ne sta interessando. L’on. le Giacomo Chiappori (Lega Nord) di Imperia, che già era intervenuto nel corso della manifestazione di Roma (1° dicembre 2009), si è impegnato pubblicamente a nostro favore nel corso del convegno di Loano (18 dicembre 2010), ma a tutt’oggi non risulta aver assunto autonome iniziative. L’11 febbraio 2011, l’on. le Paolo Tancredi (PDL) ha presentato in Senato l’ordine del giorno 0/2518/38/0105, cofirmato dagli onorevoli Maurizio Gasparri (PDL) e Gaetano Quagliariello (PDL), contenente un emendamento al decreto Milleproroghe 2011, finalizzato alla soluzione del nostro problema. L’emendamento non è stato accolto. Anche l’on. le Antonio Di Pietro (intervista di fine febbraio 2011, già precedentemente richiamata), si è espresso a nostro favore. Più recentemente (29 marzo 2011) l’agenzia di stampa ASCA ha informato che anche l’UDC, in persona degli onorevoli deputati: Deodato Scanderebech, Gianluca Galletti, Amedeo Ciccanti,  Gabriella Mondello,  Nedo Lorenzo Poli, Salvatore Ruggeri, Antonio Mereu, ha emanato una interessante nota congiunta in data 25 febbraio 2011, documento che riportiamo integralmente.

Nell’ambito della Regione Liguria, Angelo Berlangieri (Indipendente), Marilyn Fusco (IDV), Francesco Bruzzone (Lega Nord), si sono interessati del problema, i primi due anche partecipando al convegno del 18 dicembre 2010 a Loano.

In sede europea Lara Comi (PDL), anch’essa presente a Loano, ha dimostrato per un certo tempo di essere interessata alla nostra questione, in relazione alla quale tuttavia ha sempre espresso giudizi sostanzialmente critici. In tempi più recenti Leonardo Domenici (PD), nel corso dell’intervista 19 febbraio 011, che riprendiamo da Youtube, ha espresso una disponibilità che ci auguriamo abbia seguito.

Verifichiamo quindi l’esistenza di un diffuso interessamento trasversale nei nostri confronti e non perdiamo di vista la prossima scadenza elettorale. Le cose funzionano così.

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Come il nostro gruppo ha lavorato prima di costituire COMITATO BALNEARI LIGURIA

Postato il: 31 marzo, 2011 | Lascia un commento

Non vogliamo ripercorrere il tempo passato tra la manifestazione del 18 novembre 2009 a Roma e oggi, ma perché si capisca chi siamo e come siamo arrivati a costituirci, nel marzo 2011, riproponiamo alcuni passi del nostro lavoro, che noi riteniamo significativi.

Al ritorno dalla manifestazione di Roma, nell’ambito dell’Associazione Bagni Marini di Varazze, abbiamo contribuito alla stesura della nota 10 dicembre 2009, indirizzata a SIB e FIBA, documento che dava la misura del gravissimo disagio dei concessionari locali rispetto all’atteggiamento remissivo dei sindacati. La stragrande maggioranza di noi riteneva di subire una vera e propria rapina, noi lo abbiamo gridato chiaro e forte. Quella lettera non è stata inutile, perché ha iniziato a chiarire al sindacato che la base associativa esisteva, che era in grado di intendere e di volere, che non era disponibile per una resa senza condizioni. Non dimentichiamo che il SIB, al quale noi del Comitato aderiamo, rappresenta circa il 90% dei concessionari italiani di stabilimenti balneari ed è indubbiamente  l’unico sindacato in grado di condizionare l’azione del Governo,  se agisce con la dovuta determinazione. Ma ci torneremo su.

Dopo questo primo documento non abbiamo prodotto più nulla, fino al decreto Milleproroghe 2009, convertito con legge 26 febbraio 2010, n. 25, del quale riportiamo nuovamente il solo articolo 1, comma 18, che ci riguarda. C’è stata molta confusione immediatamente dopo quel provvedimento: circa il termine del rinvio (31.12.2012 o 31.12.2015); circa il testo della legge di conversione e, soprattutto, circa la sua corretta interpretazione. Tutto giustificato dalla concitazione del momento. Finalmente è stato diramato il comunicato stampa congiunto di alcuni sindacati, tra cui il SIB. Lo abbiamo letto con attenzione e non abbiamo capito: perché il diritto di insistenza previsto dall’art. 37, comma 2, secondo periodo, del Codice della navigazione era stato abrogato, mentre rimaneva in vigore il complesso di norme che stabiliva il rinnovo automatico alla scadenza? Uno di noi ha scritto la nota 11 febbraio 2010, che è stata spedita un po’ a tutti gli addetti ai lavori, ma che è passata inosservata o è stata volutamente ignorata. La riportiamo per memoria, anche perché è stata in qualche modo profetica: a tutt’oggi, 31 marzo 2011, il contenuto della legge di conversione mantiene in essere la procedura di infrazione complementare e molti, e noi tra questi, hanno cominciato a pensare che questa apparente lacuna piuttosto che costituire un problema rappresenti una interessante opportunità, almeno in ambito nazionale. Tribunali amministrativi permettendo.

Dopo questo documento il vuoto temporale causato dagli impegni quotidiani in corso di stagione. Nella zona di Celle e Varazze, nella quale abbiamo cominciato a lavorare in gruppo, la proposta SIB di offrire servizi gratuiti ai clienti giornalieri il 13 luglio 2010, creando, all’interno di ogni stabilimento, un momento di dialogo sul problema concessioni, non ha quasi avuto seguito. Valgano tra tutte le precisazioni di un membro del nostro gruppo al SIB provinciale Savona.

Finita la stagione, abbiamo cercato di coordinare e finalizzare i nostri sforzi con maggiore efficacia, anche perché, nel corso di due significative riunioni di categoria, cioè nella riunione provinciale che si è tenuta nel Palazzetto dello sport di Varazze il 23 novembre 2010 e in quella regionale del 18 dicembre successivo a Loano, ci siamo accorti che i nostri interventi e quelli degli altri associati che si sono posti come critici rispetto alla posizione del SIB sono stati ampiamente condivisi. Riportiamo, per memoria, la nota redatta da Raffaella Gherzi e Giovanni Botta richiesta loro da alcuni associati dopo la riunione del 23 novembre e la prima mail di Giovanni Botta a Lara Comi, parlamentare europeo PDL, conseguente alla riunione regionale del 18 dicembre, nota trasmessa per conoscenza ad Angelo Berlangieri (assessore Regione Liguria a turismo, cultura e spettacolo) e a Marylin Fusco (vicepresidente giunta regionale Liguria), presenti entrambi alla riunione di Loano. Segue l’importante incontro con Francesco Bruzzone, segretario nazionale Lega nord Liguria e consigliere Regione Liguria, che ci ha consentito di parlare direttamente all’on. le Sonia Viale, sottosegretario del Ministero delle finanze, alla quale, sottoscrivendoci come Gruppo di lavoro –  Balneari Celle ligure e Varazze, abbiamo consegnato la nota 24 gennaio 2011, nella quale abbiamo sintetizzato il nostro pensiero. Il 26 gennaio abbiamo incontrato il sindaco di Celle, Renato Zunino, che ci ha assicurato il suo appoggio e che ci ha suggerito di promuovere un’iniziativa di sostegno sottoscritta da tutti i sindaci delle città rivierasche, i “sindaci del mare”, iniziativa che non siamo ancora riusciti a far decollare e che, con il vostro aiuto, costituirà uno dei principali obiettivi dell’attuale Comitato. Il 24 febbraio, preso atto della sostanziale inerzia di Lara Comi, abbiamo provato a ricontattarla con una seconda mail, firmando come Comitato balneari Celle e Varazze, ma senza nessun risultato. Il 4 marzo 2011, scaricato da Youtube il video 22 febbraio 2011, che riporta l’intervista ad Antonio Di Pietro in tema di concessioni demaniali marittime di stabilimenti balneari, abbiamo chiesto all’on. le Di Pietro il suo aiuto (mail in data 4 marzo 2011), per ora senza riscontro.

Quello a Di Pietro è l’ultimo documento che abbiamo firmato come Comitato balneari Celle e Varazze. Decidendo di attivare il blog, destinato a dialogare con ciascuno dei balneari della nostra regione, abbiamo ritenuto opportuno trasformarci in COMITATO BALNEARI LIGURIA.

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  • CHI SIAMO

    Siamo concessionari demaniali marittimi di stabilimenti balneari. Di fronte al rischio di perdere le nostre concessioni-azienda a causa di una normativa europea mal interpretata o usata strumentalmente, spacciata per calamità ineluttabile da sindacati e Governo, abbiamo deciso di difenderci in prima persona e di promuovere ogni possibile attività lecita, a partire dall'informazione.
  • DISCLAIMER

    www.comitatobalneariliguria.it non è una testata giornalistica, perché non si pubblica con periodicità regolare, non produce ricavi, non richiede né ottiene sostegno finanziario dallo Stato (né da chiunque), non ha in organico giornalisti professionisti, pubblicisti e praticanti. Non è neppure un nuovo sindacato di categoria e non presta attività di consulenza. Chi collabora con il blog lo fa a titolo gratuito, si occupa dei problemi della propria categoria come qualsiasi imprenditore avveduto e ne parla nell’ambito di un amichevole scambio di opinioni, senz'altra contropartita che non sia quella dell'interesse comune. Leggeteci e valutateci con obiettività, con la stessa cautela che usate normalmente per navigare in rete.
  • AMMINISTRAZIONE

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