TOMEI, CNA BALNEATORI, SOSTIENE A RADIO 24 IL DIRITTO DI ESISTERE DI 30 MILA IMPRESE BALNEARI ITALIANE

Postato il: 18 agosto, 2016 | Lascia un commento

ELISABETTA_FIORITO023Ritorniamo a “Ma che cos’è quest’estate”, programma di Radio 24 condotto da Elisabetta Fiorito. Due giorni fa – il 16 agosto – Fiorito ha trattato la questione balneare italiana intervistando, tra gli altri, Cristiano Tomei – coordinatore nazionale CNA Balneatori. Abbiamo segnalato l’intervento di Tomei nel nostro post di ieri, 17 agosto. Oggi proponiamo  la trascrizione dell’intera intervista:

18.04
D.: Cristiano Tomei, responsabile nazionale della CNA Balneatori.
Questa direttiva vi danneggia, questo è chiaro. Ma è anche lo spunto per riformare finalmente il settore?
R.: E’ sicuramente uno spunto per riformare il settore. La direttiva Bolkestein ci danneggia soprattutto perché al momento in cui questa direttiva è stata approvata, da parte dell’Italia, non sono state valutate le ricadute negative. Questa stessa sentenza riconosce un fatto importantissimo, che era stato citato anche in un intervento che ho sentito, ossia il “legittimo affidamento”. Come può oggi un’impresa, che ha confidato per tanti decenni su questo legittimo affidamento e ha fatto degli investimenti, pensare che il suo orizzonte di attività sia finito? che abbia pochi mesi per svolgere il proprio lavoro e quindi essere liquidata? Questo è un discorso che vale per 30 mila imprese italiane. Come si può pensare di continuare a lavorare senza sapere qual è il proprio tempo a disposizione? Se un’impresa non fallisce, non commette nessun tipo di abuso ed è legittimamente operativa, quindi non ci sono fatti illegittimi, perché deve concludere la propria attività. In base a che cosa?

26:55
D.: Molti radio ascoltatori dicono che le spiagge vengono subaffittate a caro prezzo. Chiedono libera concorrenza. (Dicono) sembrano mandarini cinesi, altro che 50 anni di concessione. Insomma c’è una parte del Paese che invece vede questa direttiva Bolkestein come innovativa. Cosa risponde a questi radio ascoltatori?
R.: Questo è un falso problema. La direttiva, interpretata nel senso che si possa andare verso la collettività senza regole precise e scelte politiche di indirizzo ben precise, avvantaggia solo le multinazionali. Le regole sulle spiagge ci sono, perché ci sono ordinanze balneari regionali e della Capitaneria di porto. Ci sono leggi che vanno a disciplinare a livello regionale e comunale l’indirizzo e la programmazione che deve essere effettuata sulle spiagge. Ci sono regole che devono rispettare tutti, a partire dai gestori degli stabilimenti balneari. Chi non le rispetta, naturalmente, paga. Ma questo sistema di regole già esiste da decenni. Noi chiediamo al Governo e al Parlamento di fare una cosa semplice: rispettare la sentenza. La sentenza ha detto un fatto importante: gli stabilimenti balneari hanno diritto al legittimo affidamento; hanno fatto degli investimenti; devono continuare a vivere e ad esistere lì dove sono nati e si sono realizzate queste fantastiche imprese che ci invidiano in tutto il mondo. Un sistema così non si riscontra in nessun altro paese del continente europeo. Non riusciamo a capire perché la politica voglia sempre girare intorno, quando dovrebbe affrontare direttamente il problema.

33.26
D.: Abbiamo sentito anche il problema delle spiagge libere, perché gli italiani hanno la sensazione che poi i concessionari di spiagge occupino tutti gli spazi e non si lasci nemmeno un pezzettino per le spiagge libere. E’ così?
R.: Ma no, non è così, perché i piani demaniali marittimi regionali e i piani di spiaggia comunali lasciano una percentuale importante (di spiagge libere), ma poi su quelle spiagge il servizio di pulizia e soprattutto quello di salvamento vengono svolti dagli stabilimenti balneari contigui, che si sostituiscono a una funzione pubblica. E’ un sistema questo che opera da sempre su spiagge pubbliche, che sono anche quelle fruite dagli stabilimenti balneari. E questo equilibrio, con delle regole, da decenni esiste. Su questo equilibrio e su queste regole si è creato ciò che vediamo oggi. E’ qualcosa che funziona, di cui oggi la politica si sta accorgendo, perché fino a poco tempo fa è stato un sistema con regole gestite dalla Guardia costiera e ha funzionato. Oggi ci stiamo occupando di qualcosa che esiste da almeno 30 – 40 anni e ci stiamo accorgendo di qualcosa che invece funziona. Bisogna solamente, in questo momento, capire come aderire ai principi europei, ma non solamente a quelli che vengono imposti dall’alto, ma come interpretare in Italia questi principi.
Noi vogliamo state in Europa, però vogliamo starci in modo autorevole. Un modo che rappresenti in Europa cos’è l’impresa italiana. Non vogliamo che siano delle sentenze a dirci cosa dobbiamo fare. Quando interviene una sentenza vuol dire che la politica non ha fatto bene il suo dovere. C’è un vuoto. Noi oggi, comunque, chiediamo alla politica di rispettare il legittimo affidamento, che è stato sancito dalla sentenza della Corte di Giustizia europea. Ossia il diritto di esistere di 30 mila imprese italiane.



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RADIO 24 E LA QUESTIONE BALNEARE ITALIANA

Postato il: 17 agosto, 2016 | Lascia un commento

RADIO_24Radio 24 – la radio de Il Sole 24 ORE – nel programma “Ma cos’è questa estate” di ieri, 16 agosto, rubrica “Ferragosto spiaggia mia non ti conosco, le spiagge italiane tra polemiche sulle concessioni e vacanze di Ferragosto” – servizio che pubblichiamo – ha intervistato Anna Giacobbe (deputato PD), Walter Rizzetto (deputato FDI), Romano Beda (giornalista), Cristiano Tomei (coordinatore nazionale CNA Balneatori), unico autorevole portavoce, in quella sede, degli imprenditori balneari (suoi interventi ai minuti 18:04, 26:55, 33:26) e altri.
Trasmissione snella e incalzante, quella di Radio 24, che se ha avuto il merito di assegnare alla questione balneare italiana il rilievo che le compete, talora accennando aperture inattese, non è andata esente da inesattezze, parzialità e luoghi comuni, non certo per colpa della conduttrice: Elisabetta Fiorito.
La realtà e le prospettive del comparto balneare italiano, recentemente legalizzato attraverso una norma ponte, in attesa dell’annunciato riordino complessivo, alla luce della sentenza del 14 luglio scorso e di alcune fondamentali considerazioni inerenti i diritti dell’individuo, possono essere sintetizzate in questi due punti:
1.- gli imprenditori balneari in attività, per esplicito riconoscimento della Corte di Giustizia, hanno diritto alla tutela del legittimo affidamento maturato a loro favore sulla base della normativa nazionale che ha regolato il settore prima dei provvedimenti conseguenti la procedura di infrazione 2008/4908;
2.- oltre a ciò, i titolari degli stabilimenti balneari in questione, in base alla Carta di Nizza, al Primo protocollo addizionale CEDU e a conformi sentenze CEDU, hanno il diritto di conservare la proprietà dei beni e delle utilità acquisiti legittimamente, di usarli e di disporne nel modo più ampio possibile. Proprietà che non possono essere sottratte se non per motivi di pubblico interesse, garantendo un giusto equilibrio tra esigenze di carattere generale e obbligo di salvaguardia dei diritti individuali. Condizione che viene a mancare se si pretende di annullare i diritti di proprietà dei concessionari in nome della concorrenza, in quanto la tutela della concorrenza rispetto all’utilizzo privato del bene demaniale non costituisce un’esigenza pubblica tale da giustificare il trasferimento forzoso di beni ed utilità da un imprenditore ad un altro imprenditore.
Questo particolare aspetto interpretativo, essenziale ai fini della questione balneare italiana, non è stato trattato nella sentenza del 14 luglio perché estraneo alle questioni pregiudiziali proposte dai TAR ed inerenti il rinnovo automatico, ma costituisce pur sempre un elemento irrinunciabile, che deve essere tutelato in ambito nazionale e comunitario, attraverso opportune iniziative di carattere politico. Governo italiano e Unione europea non dovrebbero perdere di vista queste considerazioni e, soprattutto, dovrebbero evitare di perdere ulteriormente tempo.
Aggiungiamo due osservazioni, che si ripropongono puntualmente ad ogni intervista:
a.- assegnare all’investimento un carattere burocratico obbligatorio significa avere idee pericolosamente confuse. Investire costituisce un’esigenza concreta e costante per qualsiasi impresa che intenda mantenere la propria efficienza, il proprio avviamento commerciale e si proponga di rimanere sul mercato sostenendo la concorrenza di soggetti analoghi. La decisione di investire è soggetta a proprie dinamiche e propri ritmi, che non possono essere imposti dall’esterno. Questo assunto vale per chiunque, quindi anche per l’impresa balneare, che vive problematiche proprie, tra le quali – imprescindibili – quelle della tutela del sito in concessione, del mantenimento della sua integrità naturale e della sua fruibilità;
b.- la durata delle autorizzazioni è un fatto funzionale insopprimibile, che deriva da esigenze gestionali estranee alla supposta tutela di rendite di posizione. Non è possibile gestire in modo ottimale una realtà aziendale complessa qual è uno stabilimento balneare se non programmando, senza limiti di tempo, nel breve, medio e lungo termine. Lo stesso Manuale per l’attuazione della Direttiva servizi, redatto dalla DG Mercato interno e servizi, documento ufficiale UE che precisa di non essere vincolante per la Commissione europea in quanto istituzione, esprime tuttavia una precisa consapevolezza dell’Unione, basata sull’esperienza e su ineccepibili valutazioni economico-aziendali. Al paragrafo 6.1.4 (Durata delle autorizzazioni), il Manuale precisa: “Un’autorizzazione limitata nel tempo ostacola l’esercizio delle attività di servizi, in quanto può impedire al prestatore di servizi di sviluppare una strategia di lungo termine, anche in relazione agli investimenti, e introduce, in generale, un elemento di incertezza per le imprese.
Una volta che il prestatore di servizi abbia dimostrato di soddisfare i requisiti relativi alla prestazione di servizi, normalmente non vi è alcuna necessità di limitare la durata delle autorizzazioni. Sulla scorta di tali considerazioni, l’articolo 11 (della Direttiva servizi – ndr) dispone che l’autorizzazione debba essere rilasciata, di regola, per una durata illimitata.”
Sappiamo di ripeterci, ma questa è la pura realtà delle cose. Girarci intorno serve unicamente per dare spazio a chi vuole smantellare e svendere per quattro soldi un comparto funzionante, dal quale dipende una parte cospicua dell’economia nazionale.



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