Miopie Adiconsum

Postato il: 26 febbraio, 2012 | Lascia un commento

Il 23 febbraio, mentre i microimprenditori balneari di tutta Italia stavano manifestando a Roma per difendere le proprie aziende, ADICONSUM CISL, sul sito www.adicomsum.it, ha scritto l’articolo che pubblichiamo.
Discorso complesso, quello che Pietro Giordano, segretario generale dell’associazione, ha liquidato in poche battute. E’ vero, le spiagge sono un “bene comune”, cioè appartengono a tutti in quanto beni dello Stato, anche quando sono concesse a privati e non sono più liberamente e gratuitamente disponibili. Succede per tutti i beni comuni, dall’acqua, alle ferrovie di Stato, all’università pubblica, per disporre dei quali, comunque, si paga. Ma in Italia ci sono anche spiagge libere a volontà, beni comuni ad utilizzo gratuito, che convivono con quelle in concessione agli stabilimenti balneari, i quali occupano solo il 20 per cento circa del totale. La gente può scegliere di andare in spiaggia dove preferisce e infatti lo fa liberamente. Se, con tutte le spiagge libere che ci sono, gli stabilimenti balneari continuano ad esistere e costituiscono una realtà economica importante, evidentemente esiste una consistente domanda dei servizi che prestano. Sulle spiagge libere non c’è pulizia, non ci sono servizi e soprattutto – lo ricordiamo a Giordano, che evidentemente lo ha dimenticato – manca il servizio di assistenza ai bagnanti e salvataggio. Alle spiagge libere si accede a costo zero, ma nessuno ti avvisa quando fare il bagno è pericoloso o ti viene a salvare quando annaspi tra le onde. Di spiagge libere talora si muore.
Giordano, che contesta il costo dei servizi balneari – il 20% dei quali, gli ricordiamo, era costituito da IVA (che da quest’anno sarà il 21%) – propone che lo Stato aumenti i costi delle concessioni e utilizzi i maggiori introiti erariali per fornire (gratuitamente?) servizi sulle spiagge libere. Evidentemente non ha capito che, se pure esiste il diritto a una giornata di mare, altri sono i diritti prevalenti che lo Stato deve finanziare e i maggiori canoni non sarebbero sicuramente spesi sulle spiagge libere, mentre farebbero lievitare il costo dei servizi balneari forniti dagli stabilimenti.
Giordano propone concessioni della durata di quattro anni + quattro, assegnate attraverso gare. Ha un’idea questo signore dell’entità dell’investimento necessario per attivare uno stabilimento balneare che non sia un baraccamento? Quale onesto imprenditore investirebbe sulle spiagge a queste condizioni, senza cercare di portare a casa il massimo ricavo possibile? questo fatto non si risolverebbe in minori servizi e maggiori costi per la clientela? Quale sarebbe il vantaggio per il consumatore Adiconsum? Infine, affermare che gli stabilimenti balneari impediscano l’accesso al mare e la passeggiata in battigia è un falso: se si è verificato si è trattato di abusi isolati, che devono essere sanzionati e rimossi. Nessuno li giustifica, perché generalizzare?



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C’è chi vuole le spiagge libere

Postato il: 26 giugno, 2011 | Lascia un commento

Statistiche recenti ci dicono che gli italiani prediligono le spiagge libere: il 64% di chi va al mare. Spiagge distese a perdita d’occhio. Belle, pulite, sicure, disponibili. Miraggi. In realtà le spiagge libere sono per lo più abbandonate a se stesse, poco gradevoli e poco sicure. Nessuno le cura, nessuno le pulisce, le mantiene, le coltiva. A volte addirittura chi le frequenta muore per imprudenza, mancanza di sorveglianza e di soccorso. Queste non sono novità per chi conosce le spiagge e sa quanto lavoro, tempo, impegno, richieda invece una spiaggia frequentabile. Gli articoli che vi proponiamo raccontano queste cose riferite a una cittadina come Celle Ligure, dove l’amministrazione è il gioiello che tutti i paesi costieri vorrebbero avere. Forse gli stabilimenti balneari non sono il peggiore dei mali.

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